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L'opera completa è di 17.040 parole


Jacopo de Silva

 

INOX 18/10

due dozzine di brevi illusioni posticce scritte aspettando l’infarto

 


A Consuelo e Alice.

E a tutte le donne con gli occhi tristi.

 

In copertina: orfanello dell’Istituto "Santa Dolores" di Lisbona.

Foto: Italo Badile


" ... bruciandomi correte incontro al tempo dell’Apocalisse, perché tornerò e porterò la bava dei demoni in ampolle di cuori secchi per corrodere le vostre armature... "

Adaljena (strega confessa)

Benevento, 1474.

 

" Cazzo " sospirò sbigottito, " che roba da chiodi salta in testa a Dio! "

 Gabriel Garcia Márquez

1972


Nota Biografica

 

Jacopo de Silva, il cui vero nome è Habas Badile, nacque in una data imprecisata tra il 1952 e il 1954 a Hompicik, un piccolo paese di pescatori della costa turca nei pressi di Ovacik. Le notizie biografiche sono piuttosto scarse, ma la recente scoperta di alcuni manoscritti, la cui autenticità è peraltro piuttosto incerta, ha permesso di ricostruire alcune parti della vita di questo insolito autore. L’indole violenta del padre, un pescatore alcolizzato di origine portoghese, sembra aver pesantemente influenzato la tematica esistenziale del giovane Habas che, a soli diciannove anni, si arruola nei corpi mercenari in Nicaragua. Ferito in modo grave ad un braccio abbandona la guerra e si trasferisce a New York dove, come terapia riabilitativa, inizia a studiare violino da autodidatta.

Di indole facilmente entusiasmabile, in seguito agli studi musicali, si improvvisa compositore, ma le sue opere, bizzarre congerie musicali di difficile comprensione, vengono stroncate dalla critica. Deluso e amareggiato trascorre gli anni dal 1977 al 1989 come barbone alcolizzato nel Bronx. Nel 1990, dopo una lunga cura disintossicante, si trasferisce in Italia, a Firenze, per ricongiungersi all’amata madre, una bellissima, se pur non più giovanissima, ballerina bavarese. Negli anni che seguono sembra ritrovare la serenità perduta e, influenzato dall’ambiente colto che egli frequenta, nei primi mesi del 1994, scrive di getto, "INOX", una raccolta di dodici brevissimi racconti imperniati sul tema dell’illusione. Poco si sa sulla vita sentimentale dell’autore, sembra che sia stato sposato un paio di volte, ma non c’è alcuna notizia certa su come e quando siano avvenuti questi matrimoni.

Nella notte tra il 22 e il 23 agosto del 1994, secondo il racconto della madre, a seguito di una misteriosa telefonata, parte improvvisamente per una destinazione tuttora sconosciuta. Da quella notte, nonostante le molteplici ricerche effettuate, non è stato più possibile avere notizie di Habas Badile.

 Pajoco Salvide

 

 

Habas Badile pochi giorni prima della misteriosa scomparsa.

(Foto: Riccardo Cavallari)


Introduzione

 

Quando nel freddo novembre del 1994 mi fu sottoposto il manoscritto di quest’opera di Habas Badile una ventata di gelo si impadronì di me. Riconobbi subito in quest’opera la mano di un grande del nostro tempo. Perché Badile è certamente un grande, e grande è quest’opera che in un rapido trasvolare tra le possibili occupazioni quotidiane di ogni uomo scava nel profondo dell’animo senza indugiare nell’aprire ferite e subito ricucirle, senza pietà alcuna per la pudicizia naturale di ogni essere umano nello scoprire le proprie tragiche debolezze. D’altra parte la generosa scrittura di Badile si sofferma su dettagli in apparenza insignificanti per farci comprendere quanto la nostra vita sia poggiata su un piedistallo quantomeno instabile. Quanto ci dicono le innumerevoli maionesi, gli innumerabili spaghetti di cui l’opera è cosparsa della difficile vita dell’autore.

Dopo la lettura un rapido incontro con la madre di Badile ci ha illuminato sulla motivazione profonda di tutto questo: l’infanzia del piccolo Habas racchiude infatti il trauma originale, la vera essenza del peccato che Habas racchiude in sé. Ma questo è un altro sogno, come direbbe lui, e un’altra vita, aggiungerei scanzonatamente io.

  

Maurizio Cavalli 


"18/10" si propone come una sorta si seguito o, per meglio dire, integrazione di "INOX", la precedente raccolta di brevi racconti di Jacopo de Silva, il cui vero nome è in realtà Habas Badile. Ritrovato in uno scantinato, in circostanze non chiare, dal fratello gemello di Habas, questo scritto ha sollevato molti dubbi sulla sua autenticità. L’irreperibilità dell’autore, alcune incongruenze stilistiche e la mancanza del manoscritto originale inducono molti critici a ritenere che "18/10" sia un falso.

Al contrario Maurizio Cavalli, noto critico ed esperto delle opere di Badile, ne sostiene la piena l’autenticità ritenendo inconfondibile e inimitabile lo stile e la generosa scrittura che emerge in "18/10".

La scrittrice Paola Gerini Pennacchio, amica e collega di Habas, ipotizza una terza strada e cioè che probabilmente "18/10" sia una rielaborazione, ad opera del fratello gemello di Habas, di vecchi scritti ed appunti antecedenti alla misteriosa scomparsa dell’autore.

Personalmente ritengo, in base ad analisi stilistiche comparate, che l’opera fosse stata sì delineata nelle sue linee principali da Badile, ma non compiuta e che la stessa Paola Gerini Pennacchio abbia terminato, con la sua profonda conoscenza dell’autore, la stesura imitandone perfettamente lo stile. In questo caso ci troveremmo davanti ad un’opera a due mani e ben difficilmente sarà possibile individuare le parti originali dalle integrazioni e/o rifiniture effettuate dall’amica scrittrice di Badile.

 

Comunque sia "18/10" si presenta come un’opera inquietante nella quale si fondono realtà e finzione, speranza e disperazione, passato e futuro. Un’opera in cui anche il tempo stesso sembra vacillare, come i sogni dei personaggi di Badile.

 

Pajoco Salvide 


INOX

 

Il Mago

Il Giardiniere

Il Poeta

Il Giudice

Il Ballerino

Il Cuoco

Il Prete

Il Riparatore

Il Veggente

Il Musicista

Il Militare

L’Uomo Senza Ruoli

 

18/10

 

Niente basterà

Strani pensieri

Metterò anche il fiocco

Andammo lontano

Sussurrando brevi futuri

Dov’è il fronte?

Che nessuno possa farsi male

Va tutto bene

Io, tu, Pina e Beatrice

Piccole rughe

Il profumo della vita

Unite i punti

 


INOX

 

1 Il Mago

 

L’uomo mi chiese:

- Leggimi la mano, dimmi del mio destino.

Ma io conoscevo solo piccoli trucchi: monete o sigarette da far velocemente scivolare nei posti inattesi.

- Oggi, dovrai lavorare - risposi, fingendo di scherzare - e farai un piccolo intervallo per il pranzo.

L’uomo rimase un po’ deluso, credette che io non considerassi con la dovuta serietà le sue aspettative. Mi sottrassi chiedendo un cappuccino tiepido senza schiuma. Lui sorrise, deluso. Io sorrisi, falsamente enigmatico e prezioso. L’uomo si asciugò le mani al grembiule e con fare automatico manovrò la sua macchina fumante.

- Non conosco il tuo destino, ma talvolta anch’io manovro macchine e, nei giorni migliori, le costruisco perfino - pensai sorseggiando il cappuccino.

 

Vendevo sogni ed illusioni a buon prezzo, ed ero il miglior cliente di me stesso. Cominciò molti anni fa, avevo forse vent’anni o pressappoco. Una dote naturale: far apparire ciò che non è. Non è difficile, non è merito mio. Un buon cliente ci vuol credere, almeno per un po’. Talvolta il trucco non riesce e le cose mi cadono di mano, ma non importa, basta sorridere. Ormai sono troppo vecchio, ricordo il mio ottantesimo compleanno, tanto tempo fa. Maria era ancora viva. Quanti anni sono passati da allora? dieci? cento?

Com’era bella Maria: i capelli nerissimi, e che gambe! Oh, non gli ultimi tempi, parlo di prima della guerra. Poi successe una serie di fatti, ma non mi va di pensarci. Ma quanto tempo è passato? A volte ho la testa così confusa. Non ricordo se ho pagato il cappuccino e per la verità non ricordo neppure se l’ho bevuto o se l’ho lasciato lì sul bancone e sono venuto via.

 

- Che c’è Mago? vi sentite male? - chiese il barista.

- No, tutto bene... tutto bene.

- Non finite il cappuccino?

-Sì, certo. E’ che credevo di essere già...

- Dove?

- No, niente, tutto bene... - risposi allungando la mano tremante verso la tazza.

 

- Stamani mi sembra particolarmente strano - sussurrò il barista alla cassiera.

- E’ solo stanco - commentò lei.

- Sarà...

- Ma quanti anni avrà? - chiese il barista.

- Non so, tanti. Torna al banco, c’è gente.

- E’ vero che è un mago? - chiese il barista.

- Solo un prestigiatore, un tempo. Torna al banco, c’è gente.

 

Com’era quel trucco? Accidenti come si stupivano. Non è importante che accada, basta che sembri ed è come se fosse. Ti ricordi, Maria? Ti ricordi come spalancavano gli occhi? Ed io ti dicevo: "sono solo trucchi, Maria... solo trucchi... non ci credere anche tu".

 

- Vorrei un cappuccino.

- Ma lo avete appena bevuto! - disse il barista.

- Sì, sì... certo.

 

Mi sento stanco, Maria. Perché piangi? Guarda, ti faccio un altro trucco. Guarda Maria! Guarda come scompare il fazzoletto! Perché piangi? Cosa ho fatto? Ho sbagliato qualcosa? Quando? Ma perché non mi guardi mai quando faccio i miei trucchi? Non ti piace il mio mestiere? Lo so è un po’ stupido, ma è l’unico che so fare. Lo so, Maria che si è visto il trucco, ma che importa? Abbiamo vent’anni e ci amiamo. C’è ancora tanto tempo.

 

- Ma che avete stamattina, Mago? Fate attenzione, vi cola il cappuccino sulla barba - disse il barista porgendo un tovagliolo di carta al vecchio.

- Lascialo fare - intervenne la cassiera.

- Volevo solo aiutarlo.

 

Ciao, Maria. Che ci fai alla cassa di questo bar? Pensa Maria abbiamo solo vent’anni e ci amiamo. Tutta la vita, Maria. Siamo fortunati.

 

- Mi chiamo Giulia, chi è Maria? - chiese la cassiera.

 

Come si chiamava quel paese dove andasti, Maria? Non ricordo perché ci andasti. Non ricordo bene... perché io non c’ero? Ho inventato un nuovo trucco, guarda! Farò comparire un fiore! Guarda, Maria! Vuoi che ti legga la mano? Mi sento strano, Maria. Perché il trucco non funziona più?

 

- Presto, chiama l’ambulanza - urlò la cassiera.

Il vecchio si era accasciato lentamente ai piedi del bancone. Nella mano destra un piccolo fiore di seta rossa che un attimo prima non c’era.

 

Hai visto, Maria? il trucco funziona ancora. Quant’è che sei partita? Quasi cent’anni o poco meno. Grazie Maria che sei tornata.

 

- Che sta dicendo?

- Ma che ci fa con quel fiore finto in mano?

 

Vedrai, Maria, vedrai che trucchi questa volta...

 

- E’ morto.

- Si dice che fosse matto.

- Era solo stanco.

- Ma chi è Maria?

- Nessuno. Maria non è mai esistita - disse un vecchio seduto ad un tavolino. - Maria era un pupazzo di cartapesta. Un pupazzo per ventriloqui, si ruppe durante uno spettacolo, tanto tempo fa.... tanto tempo fa...

 


(…)


18/10

Niente basterà

 

Adagiò delicatamente la spada sul tavolo di legno antico, scuro. Tolse la guaina ed apparve la lama lucente, soltanto qualche piccola tacca, antichi scontri, quasi tutti vinti. Con fare rituale versò alcune gocce dal flacone sul morbido panno e sfregò piano, sempre per lo stesso verso, con grande calma, come per cancellare il ricordo del sangue, come per acquietarla. Come fosse poco importante.

 

Tra non molto ancora un’alba, forse ancora un duello o forse ancora un’attesa.

 

- Che importa? - pensò - vincere o perdere. Non ho scelto io questa guerra, non ho voluto io questo sangue.

 

Verrà il tempo della vendetta e sarà inutile, non placherà il tremore delle nostre pupille, non asciugherà i nostri occhi che, come sempre, guarderanno la lama tagliente pendere rabbiosamente dalla mano inerte.

E sarà tempo di magia: si dissolveranno i nemici e fenderemo lacerazioni alla vuotezza dei rancori. Verrà troppo tardi, verrà nel tempo del sonno profondo, verrà senz’odio, all’alba, con aria stupita, verrà cogliendo spighe di grano per adornare la tavola. Ma non ci sarà pane, soltanto sogni ingannevoli e piatti polverosi. Perché cadrà polvere sull’attesa.

 

Nessun dolore ad alta voce.

 

E verranno messaggeri evanescenti, riferiranno di un luogo e di un tempo dove l’ira non può appassire, dove ad ogni ferita il dolore si attenua e le lacrime stillano consolatrici.

 

- Che importa?

 

Ed è già l’aurora e niente basterà: non il cuore, non la mente, non le mani.

 

Allacciò il cinturone e fermò saldamente la spada. Con mossa di danza simulò la difesa e l’attacco, poi, come non fosse la sua vita, spense la lanterna e si avviò.


(…)


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